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martedì 16 Aprile, 2024

Attenzione alle bioplastiche! Non tutte sono green. Dorigato (Università): «Alcune derivano dal petrolio e la metà non è biodegradabile»

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Il corretto smaltimento della plastica presenta ancora delle criticità ed è quindi necessario investire nella ricerca, per riuscire a immettere sul mercato materiali sempre più sostenibili

La plastica è uno dei materiali più presenti negli oggetti utilizzati nella vita di tutti i giorni e il suo impiego ci ha permesso di fare notevoli passi avanti in vari settori, dalla sanità fino al settore industriale. La corretta gestione del fine vita presenta però ancora delle criticità ed è quindi necessario investire nella ricerca, per riuscire a immettere sul mercato materiali sempre più sostenibili.
Andrea Dorigato è docente di Scienza e tecnologia dei materiali presso il dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Trento. La sua attività si concentra sullo sviluppo di micro e nanocompositi polimerici (tra cui le plastiche), con particolare attenzione alla ricerca di materiali innovativi per uno sviluppo sostenibile. È autore di 180 pubblicazioni su riviste internazionali nel settore Materials science ed è stato relatore a più di 200 convegni nazionali e internazionali.
Professore, cosa sono le bioplastiche e cosa le distingue dalle plastiche tradizionali?
«Oggi secondo me c’è ancora una grossa disinformazione intorno a questi materiali e a cosa siano realmente. La definizione europea e scientificamente accettata di bioplastiche indica che fanno parte della grande famiglia dei polimeri, che hanno origine rinnovabile (naturale) e o che sono biodegradabili. Esistono quindi tre tipi di bioplastiche: quelle di origine naturale che sono biodegradabili, quelle che hanno origine naturale ma non sono biodegradabili e infine esistono anche quelle di origine sintetica – che quindi derivano dal petrolio – ma che sono biodegradabili. Quando si parla di bioplastiche è quindi necessario considerare che, anche se sono tutte “bio”, non tutte sono degradabili biologicamente. Si suppone inoltre che le bioplastiche dovrebbero avere un impatto ambientale inferiore rispetto alle plastiche tradizionali. In questi casi io preferisco usare sempre il condizionale perché il vantaggio ambientale legato alle bioplastiche deve sempre essere valutato in maniera oggettiva e in alcuni casi è ancora da dimostrare».
Nel suo ambito di ricerca Lei di cosa si occupa?
«Dello sviluppo di materiali polimerici innovativi ottenuti da fonti rinnovabili, di schiume per l’isolamento termico, materiali per l’accumulo o il rilascio di energia termica e anche di compositi polimerici con proprietà di autoriparazione».
Che ricadute hanno le bioplastiche sulla vita di tutti i giorni?
«Oggi produciamo a livello globale 380 milioni di tonnellate di plastica. Il 60% di queste viene utilizzato nell’edilizia, nell’automotive o anche per applicazioni industriali e a elevato valore aggiunto. Il restante 40% è utilizzato nella vita di tutti i giorni e si presenta esclusivamente – o quasi – sotto forma di imballaggi. Il nodo principale sta qua, perché spesso le proprietà delle bioplastiche non consentono ancora le stesse applicazioni di quelle tradizionali. Per questo motivo, ad oggi la bioplastica rappresenta meno dell’1% nella produzione complessiva di plastiche. È molto importante specificare questo aspetto, per essere consapevoli che ad oggi la bioplastica rappresenta solamente una piccola parte della produzione totale di plastiche. Nonostante questo, non ho dubbi che questi materiali innovativi rappresentino una fetta di mercato in forte crescita, nei prossimi cinque anni si prevede di triplicare il volume di bioplastica prodotto a livello mondiale. È inoltre importante sottolineare che ad oggi la maggior parte dei settori applicativi industriali non sono in grado di utilizzare bioplastiche, perché non risponderebbero alle loro necessità».
Quindi quali sono i pro e i contro delle bioplastiche?
«Il fatto che la loro origine sia naturale o rinnovabile rappresenta un buon motivo per investire nella ricerca su questi materiali. Ad esempio, la maggior parte delle bioplastiche è sintetizzata a partire dal mais, dalla patata, dai batteri e in generale dagli scarti alimentari. Questo significa che il processo è parzialmente circolare, perché prevede il recupero di materia che andrebbe altrimenti persa, ma anche che non si prevede un consumo di suolo o risorse ulteriore rispetto a quello destinato alla produzione di cibo. Un altro vantaggio è legato allo smaltimento. Ricordo che solamente il 50% della bioplastica immessa sul mercato è biodegradabile e comunque si deve fare attenzione a non farsi trarre in inganno rispetto alla capacità inquinante delle plastiche biodegradabili. Va infatti tenuto a mente che, anche se biodegradabili, le bioplastiche risultano compostabili solo in determinate condizioni ambientali, la maggior parte delle quali non si realizza in natura, ma solo in impianti adatti allo smaltimento di questa tipologia di materiali».
Che applicazioni future concrete prevede per le bioplastiche e come potremmo gestire meglio i rifiuti in plastica?
«Al netto dei possibili vantaggi ambientali, ce ne sono un paio di natura prettamente economica che vanno tenuti in conto. Il primo riguarda le risorse petrolifere da cui attingiamo per la produzione di plastiche da anni, ma che andranno via via a esaurirsi. Questo ci porterà inevitabilmente a cercare delle alternative, quindi è fondamentale che già oggi si investa sulla ricerca. Il secondo ha invece una ricaduta più commerciale, ovvero che lo sviluppo di nuovi materiali potrebbe contribuire ad aprire anche nuovi spazi nel settore industriale e potrebbe sicuramente stimolare la crescita di nuove attività imprenditoriali, orientando l’economia ad aprirsi a uno sviluppo più sostenibile da un punto di vista ambientale. Inoltre, è importante ricordare che, indipendentemente dalla sua origine e natura, dovremmo cercare di fare un uso più intelligente dei materiali plastici, limitandone l’utilizzo dove possibile. E se devo pensare a un settore dove si può cercare di stare più attenti, quello che mi viene in mente principalmente è proprio quello del packaging, dove possiamo andare a intervenire in maniera seria per cercare di limitare gli sprechi».